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È ormai agli sgoccioli l’anno scolastico, ma qualcuno guarda già con apprensione ai prossimi mesi, e all’incertezza su quello che succederà dei libri che entreranno negli zaini degli studenti.
La novità è delle ultime settimane: l’introduzione obbligatoria dei testi digitali, prevista dal decretodell’ex ministro Profumo per l’anno scolastico 2014/2015, rischia di slittare ancora.

 

digital publishing‘s insight:

A puntare i piedi è l’Associazione Italiana Editori (AIE), che ha presentato ricorso al TAR contro il provvedimento dell’ex ministro dell’Istruzione.

Cosa prevede il decreto firmato lo scorso marzo dal ministro Profumo?
Niente di particolarmente nuovo. Prendiamo una delle “principali novità” sbandierate dal comunicato stampa del Miur: l’obbligo per i collegi dei docenti di adottare a partire dal 2014/2015 esclusivamente testi digitali o misti, cioè distribuiti in parte sulla carta e in parte sulla rete. La norma era già stata prevista da un decreto legge del 2008, concepito sotto i ministri Tremonti e Gelmini, anche se allora la fine dei libri soltanto cartacei era prevista addirittura per il 2011/2012, e poi ovviamente rimandata. La natura dei libri digitali auspicati dei decreti non è del tutto chiara. Per qualcuno può trattarsi della versione pdf dei normali libri di carta, per altri di contenuti multimediali integrativi, che possano completare in diversi modi i testi tradizionali. Ma in quale proporzione dovrebbero essere suddivisi i contenuti cartacei e digitali? Nessuno lo chiarisce. Un altro punto del decreto Profumo riguarda la riduzione del tetto di spesa, cioè della cifra massima che una famiglia dovrebbe affrontare per l’acquisto di tutti i libri adottati da un collegio dei docenti. Nel caso in cui tutti i testi siano in forma digitale, la spesa dovrà ridursi del 30%, mentre un taglio del 20% è previsto negli altri casi.

È proprio questo uno degli aspetti criticati dagli editori: la riduzione dei prezzi, secondo l’AIE, non si baserebbe su una stima reale dei costi di produzione. Si legge nel comunicato: «L’ex ministro si è basato sul falso presupposto che il passaggio al digitale comportasse un abbattimento dei costi di produzione, indimostrato peraltro.»

Se è vero che un prodotto digitale eviterebbe i costi di stampa e distribuzione di un libro, non si può negare che la produzione di contenuti multimediali richiede un investimento non indifferente di soldi e professionalità. Il passaggio al digitale non può significare il travasamento della carta su rete: servono video fatti da chi sa fare video, audio fatti da chi sa fare audio, animazioni, esercizi e giochi interattivi. Il timore, forse infondato, è che il legislatore che ha deciso il taglio della spesa non consideri il reale costo di queste professionalità (si sa che in certi ambienti un sito web lo fa un qualsiasi nipote per 50 euro). Anche la tassazione sui prodotti digitali non facilita il taglio dei costi: mentre un libro di carta è soggetto a un’IVA agevolata del 4% che consente di contenere i costi, per un e-book si parla di una tassazione del 21%, destinata a salire di un altro punto percentuale dal primo luglio 2013.

Questo passaggio al digitale nelle scuole, d’altra parte, non arriva certo a sorpresa, e l’editoria avrebbe avuto il tempo di convertire gradualmente la propria produzione in questo senso. Molti editori sono rimasti indietro, temendo ulteriori cambiamenti legislativi o sperando in un nuovo rinvio.

In attesa della decisione del TAR, si contano gli interessi in gioco, che sono molti. C’è un mercato editoriale italiano in crisi costante negli ultimi anni, che riporta una caduta del giro di affari dell’8,7% nei primi nove mesi del 2012, e che conservava nel settore della scolastica una speranza di stabilità. Ci sono poi le famiglie, e la loro legittima necessità di ridurre le già alte spese per i libri scolastici. Ci sono ovviamente gli studenti, che non dovrebbero subire i ritardi di un’industria poco innovativa. E ci sono, non ultimi, gli invisibili del mondo editoriale, i lavoratori precari che gravitano in varie forme attorno a questo mercato. Descritti nell’inchiesta Editoria Invisibile, questi soggettano rappresentano una larga fetta dei lavoratori del settore e rischiano di essere i primi a subire le conseguenze dei tagli.

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